La Storia
La creazione dell’attuale Cassa Rurale di Levico Terme (originariamente "Cassa rurale cattolica in Levico") rientra nel più generale fenomeno cooperativistico che, movendo dalla Germania, attraverso l’Austria si diffuse negli ambienti rurali delle regioni settentrionali dell’Italia, soprattutto nel Veneto ed in Trentino.
I principali modelli di riferimento erano quelli elaborati dai tedeschi Hermann Schulze-Delitzsch e Wilhelm Friederich Raiffeisen, il primo orientato alla creazione di aziende di credito (solitamente denominate "banche popolari") impegnate sul piano sociale ma senza le caratteristiche dell’associazionismo cooperativistico, il secondo, collaudato in Renania, orientato a conseguire attraverso la solidarietà cristiana sia il miglioramento delle condizioni economiche delle popolazioni rurali, sia la crescita etico-sociale dell’uomo.
In Trentino il modello Schulze-Delitzsch (analogo a quello elaborato da Luigi Luzzatti) venne ripreso dal liberale Vittorio Riccabona. Il mondo cattolico scelse decisamente il modello Raiffeisen, che puntava alla creazione di società cooperative a responsabilità illimitata, nelle quali i soci impegnavano i propri averi per creare disponibilità finanziarie utilizzabili per migliorare le condizioni economiche e morali della popolazione, in un’ottica di mutuo soccorso (solidarismo) cristiano.
Se le banche popolari propugnate dal Riccabona attecchirono nei centri maggiori del Trentino, nelle valli, ad economia quasi esclusivamente contadina e caratterizzate da una piccola proprietà debole ed individualista, la svolta venne impressa dall’associazionismo cooperativistico grazie soprattutto all’azione capillare (non solo di propaganda, ma anche di impegno in prima persona) effettuata dal clero cattolico, sostenuto dal "Consiglio provinciale d’agricoltura". Non a caso è ad un sacerdote, don Lorenzo Guetti definito il padre della cooperazione trentina, che si deve la creazione della prima cooperativa in questa provincia, quella di S. Croce del Bleggio nel 1890, seguita nel 1992 da quella di Quadra. Per sua iniziativa nel 1895 sorse la "Federazione delle Casse Rurali e dei Consorzi Cooperativi" e ad opera di un altro pioniere, Emanuele Lanzerotti, nel 1899 il SAIT ("Sindacato Agricolo Industriale Trentino") a sostegno delle cooperative di produzione e per la fornitura di merci a quelle di consumo.
Le iniziative cooperativistiche furono motivate e risultarono fondamentali per far uscire l’economia trentina (saldamente ancorata a vario titolo alle attività agricole) da una profonda crisi causata da fattori diversi, ma che sommarono i propri effetti nella seconda metà dell’Ottocento. Se il distacco della Lombardia e del Veneto dall’Impero Austro-Ungarico (1860 - 1866) penalizzò fortemente i traffici commerciali, una serie impressionante di calamità mise in ginocchio l’agricoltura, dall’oidium e dalla fillossera che minacciò di distruggere l’importante settore vitivinicolo, alla peronospora che colpì la coltivazione della patata, alle disastrose inondazioni del 1882 e del 1885, alla pebrina che colpì una delle principali attività agricole trentine, la produzione dei bachi da seta, con le collegate manifatture domestiche ed industriali.
In una tale situazione, aggravata dalla diffusione virulenta della "malattia della miseria", la pellagra, l’unico palliativo sembrava essere la diminuzione della pressione demografica sulla terra attraverso l’emigrazione.
La situazione di Levico era analoga a quella trentina, con l’aggravante rispetto ad altri centri di essere quasi esclusivamente basata sull’agricoltura e sulle attività ad essa correlate (tutte entrate in crisi), senza alternative se non quella ancora fragile della "industria del forestiere" legata alle risorse termali. Non a caso il decanato di Levico risultava percentualmente in testa nel Trentino per quanto concerne il flusso migratorio verso il continente americano (tra il 1870 ed il 1888 il 12% della popolazione). Gli abitanti della borgata, nonostante il saldo positivo tra nati e morti, scesero dalle 6.250 unità del 1869 alle 5.651 del 1890.
L’esperienza cooperativistica, però, ebbe qui avvio non nella fase acuta della crisi, bensì in quella della ripresa.
Verso la fine dell’Ottocento la viticoltura segnava una netta ripresa con massicce esportazioni in particolare verso l’Ungheria; la gelsibachicoltura riguadagnava gradualmente le posizioni perdute, senza però riuscire a dare vita ad attività manifatturiere locali; i seminativi (in particolare quelli a mais) aumentavano; il patrimonio bovino faceva registrare una piccola crescita, anche se le attività legate alla lavorazione del latte non riuscirono mai ad assumere dimensioni economicamente significative.
In assenza di una vera attività manifatturiera ed in presenza di un modesto artigianato, il settore in pieno sviluppo (trainante per tutta l’economia levicense) cominciò a rivelarsi quello terziario ruotante intorno all’attività turistico-termale, con esercizi alberghieri, di ristorazione e commerciali, attività che ricevette un decisivo incremento dopo la realizzazione della ferrovia della Valsugana (1896) e che a sua volta stimolò iniziative pubbliche e private di abbellimento della cittadina e di realizzazione delle necessarie infrastrutture.
Il primo esperimento cooperativistico levicense risale al 1896, quando venne costituita la "Famiglia cooperativa di Levico" con finalità di calmierazione dei prezzi dei generi di consumo e delle scorte agrarie, oltre che di commercializzazione "cumulativa" dei prodotti agricoli.
Il successo che essa conseguì spianò la strada (anche sul piano psicologico) alla creazione della seconda fondamentale istituzione cooperativa, la Cassa rurale.
La ripresa economica in atto aveva assolutamente bisogno, per consolidarsi e crescere, di un supporto finanziario che le limitate dimensioni delle aziende agricole, artigianali e del terziario non potevano ricevere (pena lo strangolamento) dai normali istituti di credito, compreso lo sportello levicense della Banca cooperativa di Trento.
A questa esigenza vitale diedero risposta il 14 giugno 1900 un piccolo gruppo di cittadini, guidati e soprattutto animati da un sacerdote, don Angelo Avancini, il quale nel 1930 così sintetizzava le motivazioni della meritoria iniziativa: "Figlio del popolo, ne conobbi i bisogni, e sebbene cagionevole di salute, cercai qualche modo di alleviarli almeno in parte". Modellata sull’esperienza delle "Casse Raifeissen", era l’unione di deboli che impegnavano tutti gli averi per avere la possibilità di migliorare la propria situazione economica e sociale, operando con il massimo della cautela (tipica della mentalità contadina), evitando rischi speculativi, privilegiando gli impieghi produttivi nella concessione dei prestiti e richiedendo solvibilità ed onestà ai soci. Forte era anche l’orientamento confessionale, ritenendo le motivazioni morali del solidarismo cattolico, tendenti all’elevazione spirituale del socio, non meno importanti di quelle economiche e comunque da queste ultime inscindibili ("migliorare le condizioni economiche e per questo mezzo anche le condizioni religioso morali dei propri soci; poteva diventare tale una persona fisica "di sentire cattolico e di condotta ad esso conforme" o una persona giuridica "di spirito cattolico").
Don Avancini riuscì a coinvolgere nell’iniziativa altri 22 cittadini levicensi, con i quali il 14 giugno 1900 fondò la "Cassa rurale cattolica di prestiti e risparmio" con la sottoscrizione paritaria di 4 quote a testa ed impegnandosi a non recedere all’atto della formalizzazione della suddetta fondazione.
Il giorno successivo, dando corso alle decisioni dell’assemblea, venne inoltrata la richiesta di associazione alla "Federazione delle casse rurali e consorzi cooperativi" di Trento, con l’impegno ad adottarne il relativo statuto. La registrazione nel libro dei consorzi industriali ed economici dell’i.r. Tribunale Circolare di Trento ebbe luogo il 30 giugno 1900 (vol. IV, n. 196/1).
La Direzione espressa dall’assemblea dei fondatori (presidente don Angelo Avancini, vicepresidente Paolo Libardoni, consiglieri Giobatta Eccher, Pietro Gaigher, Giobatta Magnano, Giuseppe Poffo, Giuseppe Polacco, Pietro Wolf) tenne la prima seduta il 17 giugno 1900, deliberando gli acquisti necessari all’avvio dell’attività: cassaforte, timbri, mobili, insegna, registri e stampati.
Il primo sportello (in casa Avancini, via Marconi) iniziò ad operare il 5 agosto 1900, aprendo due ore per cinque giorni alla settimana, domenica compresa. Don Angelo, oltre a presiedere l’Istituto (carica conservata fino al 1913), prestava gratuitamente la propria opera come contabile (non avendo competenze in materia, si premurò di prendere lezioni private).
Il 3 settembre 1900 ebbe luogo la prima seduta del collegio sindacale (presieduto da Nicola Biasiotti), che esaminò ed approvò le scritture contabili.
L’iniziativa voluta dall’Avancini e sostenuta dagli altri 22 coraggiosi cofondatori ebbe un immediato successo (non senza reazioni da parte di coloro che abitualmente speculavano sui bisogni delle classi popolari ed in particolare dei contadini con tassi o contratti usurai): alla fine del 1900 i soci erano saliti a 141, nel 1914 raggiunsero quota 367.
Nel periodo 1900-1914 si iscrissero in totale 562 soci. Di essi il 78,6% erano contadini, il 4,6% artigiani, il 4,6% casalinghe, il 2,3% "privati" (senza ulteriore specificazione), il 2,2% operai, l’1,4% commercianti, l’1% società, lo 0,8% impiegati, lo 0,8% guardie pubbliche, lo 0,6% insegnanti, lo 0,6% sacerdoti, lo 0,3% osti, lo 0,3% imprenditori, per l’1,9% manca l’indicazione della professione.
Superata la crisi bellica e postbellica della Grande Guerra, la Cassa Rurale proseguì nella propria azione, affrontando i problemi che gli avvenimenti successivi porranno alla comunità levicense ed rinnovandosi continuamente per affrontarli, fino a presentarsi al suo primo centenario in forma e salute invidiabili.


